Con diversi Nazionali impegnati ma pochi dei quali titolari, con il rientro di Dijks e il tempo necessario per ripristinare le batterie di due pedine fondamentali come Palacio e Poli (il primo per età, il secondo per chilometri percorsi) e, ancora, con Mihajlovic dimesso dall’ospedale e probabilmente alla guida degli allenamenti di rifinitura pre-Juventus, il Bologna può fare di questa pausa Nazionali una valida parentesi per lavorare, amalgamare, assimilare.

In realtà, dagli angoli del mondo non arrivano notizie strepitose: Tomiyasu col Giappone e Medel con il suo Cile hanno rimediato due infortuni diversi che potrebbero costare tre settimane di stop a testa. Ma al di là delle botte e degli acciacchi, obbligatoriamente preventivabili nel corso di una stagione con la sola speranza che non siano deflagranti, la squadra di Mihajlovic può approfittare di questa sosta in maniera più introspettiva che fisica, più meditativa che pratica.

Attraversare, magari, una piccola crisi identitaria per uscirne rinforzato.

Questo in ragione del fatto che, se un punto fuori discussione riguardo alla parte finale della scorsa stagione scorsa era l’individuazione di una forte identità di gioco, dettata da rigidi dettami tattici e attitudinali, da cui scaturiva un’ancor più forte coesione collettiva, questo inizio di campionato è andato in una direzione leggermente diversa.
Nulla da dire sulla coesione di gruppo e la sublimazione del concetto di squadra a scapito di un mai adoperato individualismo; questo è rimasto, e anzi, si è rafforzato con l’affetto e la stima per il proprio tecnico come miglior collante.
La coltivazione e lo sviluppo del gioco identitario, simile e applicabile senza timore contro ogni tipo di avversario intrapreso l’anno scorso, invece, sembra aver rallentato. Con minacce di ingolfamento.

A guardare i risultati ottenuti finora, infatti, si osserva che il Bologna ha pareggiato già tre volte nelle prime sette partite, eguagliando lo score di pareggi realizzato l’anno scorso nelle 17 gare a guida Mihajlovic. Inoltre, nelle altre quattro prove, equamente distribuite tra vittorie e sconfitte, non si sono mai verificate due o più reti di differenza nel risultato finale. Parlando da cestista: “vinto di uno sulla sirena” con SPAL e Brescia, “perso di uno sulla sirena con la Roma”. Leggermente diverso, ma nuovamente a realizzazioni minime, la sconfitta di Udine.
Tutta un’altra musica – non per forza migliore o peggiore, ma un’altra – rispetto al Bologna tenacemente sinisiano che impallidiva di imbarazzo a Bergamo (4-1) per schiantare il Chievo (3-0) in casa tre giorni dopo, in uno scontro diretto. Ripetendo poi il roboante capolavoro con Sampdoria (3-0), Empoli (3-1) e Parma (4-1).
Non che questo non sia coraggioso, o propositivo, ma è un Bologna sicuramente più meditabondo. A tratti indeciso, sul tipo di campionato da intraprendere: se attestarsi serenamente (magari un po’ più noiosamente) tra il 10° e il 12° posto, o provare davvero la scalata verso il terzo più pregiato di classifica, col rischio implicito di prendere qualche sberlone più doloroso di un 2-1.

E’ un ragionamento che va fatto adesso, perché sabato prossimo il campionato riprende a macinare con frenetica solerzia, proponendo 5 gare dal 19 ottobre all’8 novembre: una partita ogni quattro giorni.

Ricominciando, tra l’altro, dalla trasferta dello Stadium: di sabato, in serale, senza Medel e (probabilmente) Tomiyasu, contro la ritrovata Juve acchiappatutto: un posto e un avversario in cui conviene proporre qualcosa di cui essere convinti, per non uscirne malconci.

Ben venga, allora, questa “sosta di riflessione”.

Sezione: Editoriale / Data: Dom 13 Ottobre 2019 alle 00:00
Autore: Edoardo Frati / Twitter: @edoardo.frati
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