“È dura non essere romantici col baseball”. 

Lo diceva Brad Pitt in una valida pellicola a tema sportivo di sette anni fa, Moneyball (maldestramente tradotto in “L’arte di vincere”), in cui interpreta il general manager degli Oklahoma Athletics dei primi anni duemila, Billy Bean. 

Non vale la pena di raccontare la trama perché non presenta analogia alcuna con il Bologna di oggi, ma quella frase in particolare riecheggiava involontariamente - con le dovute sostituzioni lessicali: togli ‘baseball’ e metti ‘calcio’ - nella riflessione durante il post partita del San Paolo. 

Perché se la vittoria del Bologna, in trasferta contro il Napoli, ha diverse e più o meno precise spiegazioni tecniche e tattiche, tutto l’ambiente rossoblu ha trovato spiegazione e fondamento della piccola impresa nel tocco mistico con cui Sinisa Mihajlovic riesce sempre ad arricchire questa squadra di risvolti umanamente profondi e calcisticamente fiabeschi. 

Il condottiero del Bologna e di Bologna, suo primo uomo e suo ‘figlio’ adottivo, come da lui stesso teneramente dichiarato, è tornato a presiedere gli allenamenti durante la scorsa settimana e deve aver avuto lunghi ed efficaci colloqui con molti dei propri giocatori: la ‘catechizzata’ nei confronti di Denswil, la più citata su tutte, è probabilmente solo la punta di un iceberg di parole precise rivolte collettivamente e individualmente ai componenti della rosa. 

I quali si sono poi presentati nella commovente conferenza stampa di venerdì, dall’altra parte dei microfoni, tra i comuni mortali, ad emozionarsi per l’uomo Sinisa e a metterci la faccia rispetto a quanto mancato nelle ultime settimane attraverso il proprio capitano, Blerim Dzemaili, che ha deciso quindi di legittimare la responsabilità della fascia con una prestazione che mette alla prova la memoria per ricordarne una migliore.

Gli effetti della cura Mihajlovic sono stati testimoniati anche da Skov Olsen, che ne ha sottolineato l’importanza dell’aiuto a margine del primo gol nel campionato italiano, e indirettamente da Sansone, che con un destro a botta sicura ha chiuso un cerchio di superficialità e pressappochismo iniziato forse con il suo cucchiaio galeotto, a Genova.

Aldilà dei riscatti individuali, però, la vera reazione d’orgoglio si è avvertita nella sommatoria spirituale delle parti che compongono La Squadra. Nel rifiutare una sconfitta che il Napoli, dall’alto della sua superiorità tecnica, voleva impartire con il minimo indispensabile. 

Mihajlovic odia il minimo indispensabile, la sufficienza d’ufficio, ‘il compitino’. Crede invece dogmaticamente nella lotta, nel sacrificio orgoglioso e nella pazienza, il grande valore aggiunto scoperto nei mesi più difficili della propria vita. 

E queste sono anche le virtù messe in campo dai suoi uomini nella gara del San Paolo, che volevano prima di tutto dimostrare di meritare l’audacia indomabile del proprio Mister, ancor prima di rispecchiarla. 

Ecco perché andare in svantaggio al San Paolo è stato l’inizio della reazione, anziché della rassegnazione. 

Ecco perché, ottenuto il pareggio, si è pazientemente aspettato lo spiraglio per la vittoria. 

Ecco perché Llorente era in fuorigioco di un millimetro, sul gol che avrebbe rovinato questa storia. 

Perché il calcio è così: fin troppo spesso prevedibilmente cinico, tranne quando porge una mano d’aiuto a incorniciare un momento perfetto. 

Cosicché anche il più navigato e ormai stufo degli appassionati, legato allo sport e alla propria squadra da un rapporto logoro come un amore ultradecennale, al triplice fischio di una partita di fine novembre pensi ancora che sia difficile, non essere romantici con questo Bologna.

Sezione: Editoriale / Data: Mar 3 Dicembre 2019 alle 00:00
Autore: Edoardo Frati / Twitter: @edoardo.frati
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