Anche Sinisa Mihajlovic ha partecipato al pregetto webinar che il Bologna sta promuovendo in queste settimane. Nella videoconferenza online questa mattina, il tecnico serbo si è raccontato a lungo, ripercorrendo la sua carriera da giocatore prima e da allenatore, poi.

Qual è stato l'allenatore con cui è cresciuto di più?

"Non ce n'è stato uno in particolare, ogni allenatore era diverso dagli altri. Questo è un lavoro in cui se hai dieci lauree, ti manca l'undicesima. Manca sempre qualcosa. Ogni allenatore ha le sue caratteristiche, non ce n'è uno che sappia fare tutto. Mancini, ad esempio, è uno che lavora benissimo in campo. Zaccheroni era un insegnante di calcio. Eriksson era un grande psicologo, Mazzone e Boskov due grandi motivatori. Ho cercato sempre di prendere il meglio da ognuno, e di metterci del mio, per cercare di essere il più completo possibile. Tutti ti possono insegnare qualcosa, poi bisogna vedere quanto tu riesci a prendere. Sono stati tutti importanti per la mia crescita, poi ovviamente alcuni mi stavano più simpatici di altri, come Boskov o Mancini. Poi è importante avere uno staff all'altezza, in modo che possa supportarti. L'allenatore è il più in vista, ma si perde e si vince tutti insieme".

Qual è stata la più grande soddisfazione con il Bologna sinora?

"Sicuramente la salvezza. Quando arrivai nemmeno il più ottimista avrebbe potuto immaginare che avremmo finito la stagione in quel modo".

Qual è la caratteristica a cui un giocatore non può rinunciare?

"L'intelligenza, perché ti serve anche nella vita. Il carattere. Poi ce ne sono altre, come la velocità e la tecnica, ma direi l'intelligenza. Come dice Boskov la differenza tra un grande giocatore e giocatori normali è che il primo vede autostrade dove gli altri vedono solo sentieri".

Quali difficoltà ha riscontrato nei primi anni da allenatore?

"All'inizio essere stato un calciatore ad alti livelli può aiutarti, puoi comprendere meglio come si sente un calciatore. Ma calciatore e allenatore sono due ruoli completamente diversi: all'inizio vivevo le partite come fossi in campo. Quando facevo il secondo di Mancini guardavo sempre la palla, lui guardava altre zone di campo, pensava ad esempio alle marcature preventive. Poi piano piano ti abitui e inizi a percepire le differenze. Io non sono uno sereno, invidio gli allenatori che riescono a stare seduti per novanta minuti. Da allenatore devi cercare di fare meno danni possibili".

Qualche consiglio per tirare le punizione come lei?

"Se ne avessi li avrei detti ai miei giocatori, ma non è così facile. Sicuramente ci sono certi aspetti che puoi insegnare, ma per il resto devi avere piede. È una dote naturale, anche se poi ho perfezionato la tecnica nel tempo. Il calcio non mi piaceva molto, mi piaceva molto calciare le punizioni e gli angoli. Mi piaceva di più il basket, ma poi vedendo che le cose si mettevano bene decisi di continuare con il calcio. Sulle punizioni guardavo il portiere fino all'ultimo passo: se si muoveva la tiravo sul suo palo, se stava fermo sopra la barriera. Lo fanno in pochi sui rigori, figuriamoci sulle punizioni. Se vuoi calciare sul palo del portiere non devi mirare alla porta, ma ad un metro fuori dalla porta, perché c'è da considerare l'effetto".

Che rapporto ha con i suoi giocatori?

"Scherzando dico che sono liberi di fare quello che dico io. Abbiamo un bellissimo rapporto. Ogni tanto mi fanno arrabbiare, come dei figli. Ma sono dei bravi ragazzi. Ognuno deve vivere la propria età, e ogni tanto si fa una stupidaggine. Io quando avevo ventidue anni facevo anche di peggio, però cerco sempre di dare l'esempio e di portarli sulla strada giusta, facendogli capire che ci sono altri aspetti della vita oltre al calcio che sono molto importanti. Una volta finito di giocare a calcio devi imparare a stare al mondo. Con i ragazzi ho un rapporto paterno, o da fratello maggiore. Sempre con il rispetto dei ruoli. Ma con loro mi piace scherzare. Devi essere vero, leale e sincero. So che se voglio essere rispettato devo essere il primo a darlo, ma di rado mi è successo che mi mancassero di rispetto".

Quando ha capito di poter diventare allenatore?

"Molti dei miei compagni alla Lazio sono diventati allenatori: Mancini, Simeone... Negli ultimi anni di carriera ho cercato di informarmi, di studiare, di guardare degli allenamenti. Il calcio è la mia passione: a me piace il lavoro sul campo, sentire l'odore dell'erba, lavorare con i giovani. Quello era il mio obiettivo, e alla fine sono riuscito a raggiungerlo. Magari tra quindici anni occuperò un'altra carica, come ad esempio il direttore sportivo. Ma è una cosa che penso di fare, ma più avanti".

Come si affrontano le partite con grinta?

"Quando entri in campo devi pensare che sei il più forte di tutti. Devi essere umile, ma anche credere in te stesso, cercando sempre di migliorarti. Devi porti un obiettivo, poi un altro, e continui così. Non devi mai mollare. Molti giocatori erano più bravi di me, ma magari non sono riusciti a sfondare, per diversi motivi. Devi andare incontro a molti sacrifici, ma quello che ti muove deve essere la passione".

Cosa rappresenta per lei il Bologna?

"La mia prima squadra da allenatore è stata il Bologna. Una società di Serie A che dà fiducia ad un ragazzo che ha smesso di giocare da due anni ti rimane dentro, all'epoca non era una pratica molto comune. Sono cose che non dimentico, ed è uno dei motivi per cui sono tornato: mi sentivo in debito, e non mi piace avere debiti. All'epoca non andò bene, e volevo rifarmi, anche se sono convinto che se fossi rimasto fino alla fine ci saremmo salvati. Sono tornato per la gente: quando venni qui da allenatore del Catania in molti si alzarono in piedi, riconoscendo il mio lavoro".

Il consiglio più importante ricevuto?

"Mi viene in mente un non-consiglio. A diciassette anni mi cercavano molte squadre in Jugoslavia: la Dinamo Zagabria, l'Hajduk Spalato, e il Vojvodina, la squadra più piccola. Chiesi un consiglio a mio padre, che mi rispose 'non ti posso aiutare, perché se poi va male dai la colpa a me'. Scelsi il Vojvodina perché avevo più possiiblità di giocare, che per me era la cosa fondamentale".

Come ricorda la prima esperienza a Bologna?

"Tutte le esperienze sono utili, positive o negative che siano. Spesso l'esperienza negativa ti serve più di quella positiva, perché ti resta più addosso. Il Mihajlovic di dodici anni fa non è lo stesso di oggi. Prima ero molto più impulsivo, adesso sono più riflessivo. Le persone cambiano con le esperienze che hanno avuto, e ognuno cerca sempre di migliorare. Quando ti accorgi di un errore cerchi di non ripeterlo. È importante essere svegli, aggiornarsi, andando a vedere gli allenamenti dei tuoi colleghi. Andavo a vedere gli allenamenti di Mourinho, di Ferguson, per cercare di carpire quello che pensavo potesse servirmi. Mi colpì in particolare Guardiola".

Come ha fatto a compattare così il gruppo? Durante la sua carriera ha mai pensato di allontanarsi dal calcio?

"Come ho già detto, ho sempre avuto ottimi rapporti con i miei giocatori. Ho sempre detto le cose in faccia. Poi i calciatori sono diversi, non puoi trattarli tutti alla stessa maniera, devi trovare la medicina giusta per tirargli fuori il massimo. La cosa più importante è non dire bugie, nel bene e nel male. E non puoi essere iniquo nel modo in cui ti comporti con loro. Devi avere le palle, ma non devi andare oltre, devi far capire al giocatore che qualsiasi cosa tu faccia la fai per il suo bene. Bisogna creare la giusta atmosfera, senza di quella non vinci niente. Quando perdi devi lasciarli tranquilli. Io non mi arrabbio se un giocatore sbaglia il gesto tecnico, ma se sbaglia atteggiamento. Se i giocatori entrano in campo e non danno il massimo mi arrabbio, e sanno che se mi arrabbio non è bellissimo. Devi avere lealtà e garantire rispetto, oltre a riceverlo. Anche io posso sbagliare: ognuno di loro pensa a sé stesso, io devo pensare a venticinque giocatori. E se sbaglio con qualcuno, voglio che quel qualcuno venga da me e mi parli. Poi se riconosco di aver sbagliato chiedo scusa. Tutti i miei giocatori sanno sempre cosa penso in quel momento di loro, ma allo stesso modo voglio sapere cosa pensano di me, non voglio rancori o facce tristi. Per quanto riguarda la seconda domanda, ci sono stati momenti difficili. Ma in quei casi non devi mollare, devi adoperarti affinché passino velocemente. Ma non ho mai pensato di mollare, amo troppo il mio lavoro. Anche nelle difficoltà si cresce".

La partita più emozionante da giocatore?

"Ce ne sono state tante. Le più emozionanti sono state quelle con la Stella Rossa. Ero tifoso di quella squadra: ho vinto il campionato, la Coppa Campioni, l'Intercontinentale. Sognavo di poter giocare in quella squadra, ci sono riuscito, e sono riuscito anche a vincere".

Tra i giocatori che ha allenato, chi l'ha impressionata di più?

"Jovetic. Era troppo forte: fisicamente solido, tecnicamente fortissimo, andava via nell'uno contro uno. Sfortunatamente si infortunò in allenamento con me, e nella carriera si è portato dietro questi problemi. Ma a Firenze era un fuoriclasse".

La soddisfazione più grande nella sua carriera?

"La vittoria in Coppa Campioni, se penso alla carriera da calciatore. Solo due squadre nell'Europa dell'Est hanno vinto la Coppa dei Campioni: la Steaua e noi. Arrivare a giocare nella tua squadra del cuore e vincerci una Coppa Campioni è una grande soddisfazione. La soddisfazione più grande da allenatore deve ancora arrivare".

Come ritiene sia giusto gestire l'inizio della carriera di un giovane?

"Non ho mai dato importanza all'età anagrafica, mi è sempre interessata la bravura di un giocatore. Se uno è bravo lo metto dentro. Poi devi saper scegliere il momento giusto, devi cercare di non bruciarlo. Ma se in un certo ruolo ho un giocatore che conosco già bene, e uno più giovane che potenzialmente può diventare più forte dell'altro, tendenzialmente faccio giocare il secondo".

Il suo ricordo più bello in un campo di calcio?

"Ogni gol segnato. Noi siamo fortunati, perché amiamo il lavoro che facciamo, a differenza di tanta gente. Questa è la gioia più grande. Poi io gioco sempre per vincere: come si suol dire, il calcio è bello solo quando si vince".

E il suo miglior momento da calciatore?

"Ho iniziato a giocare a diciassette anni e ho smesso a trentasette. Ho vinto sedici trofei, ho sempre giocato ad alti livelli. Non c'è un momento migliore, mi sono sempre divertito. Quei vent'anni di calcio sono stati i più belli della mia vita. Viene da dire che i migliori sono quando hai vinto, ma anche quando non vinci è bello, perché fai ciò che ami".

Il suo gol più bello?

"Non sono uno che ha fatto trecento gol. Ma non ne ho fatti nemmeno pochi. Il più bello non lo so, il più importante è quello in semifinale di Coppa Campioni contro il Bayern, con la maglia della Stella Rossa. È come chiedere ad un padre qual è il più bello dei suoi figli: non ce n'è uno, sono tutti belli".

In quale squadra pensa di aver espresso il miglior calcio, da giocatore?

"Alla Stella Rossa e con la Lazio di Eriksson. Due squadre molto forti, che non a caso sono riuscite a vincere. Alla Stella Rossa eravamo tutti ragazzini, non eravamo ancora consapevoli della nostra forza, ma la gioventù e l'entusiasmo ti portano a fare certe cose".

E da allenatore?

"A Catania facemmo bene, a Bologna. Anche in nazionale. Al Milan andò così così, ma quando mi mandarono via eravamo sesti in classifica e in semifinale di Coppa Italia. Volevano andare in Champions, un obiettivo irreale all'epoca. Poi dico Torino, nel periodo iniziale. Dipende molto dai giocatori: se sono forti, e riesci a trasferirgli le tue idee, poi ci si diverte".

Un giudizio sul calcio femminile?

"Ho visto tutto il campionato, ci sono giocatrici interessanti nella Nazionale italiana. Gli sport sono adatti a tutti: il calcio femminile era meno seguito, ma adesso sta crescendo. Ricordo la finale tra Fiorentina e Juve allo Stadium, con quarantamila tifosi. In altri paesi si segue anche più che in Italia".

Preferisce la vita da allenatore o da calciatore?

"Da calciatore, tutta la vita. Hai pochi pensieri: vai in campo, non devi pensare a niente. Ti concentri per un'ora e mezzo e torni a casa. L'allenatore deve preparare l'allenamento, deve pensare a chi far giocare, ventiquattro ore al giorno. Io spesso discuto con mia moglie, perché non ascolto quello che mi dice, ma penso se far giocare Orsolini o Skov Olsen. Il ruolo da allenatore ti prende ventiquattro ore al giorno, se lo vuoi fare bene".

Orsolini ha dichiarato che segna su punizione perché gliel'ha insegnato lei...

"Non gliel'ho insegnato, gli ho detto solo come deve mettere il piede, ma poi deve essere lui a farlo. Fino a due anni fa le calciavo ancora, e calciavo meglio dei miei giocatori. Se uno ha talento e si allena tutti i giorni può migliorarsi. Il gol alla Fiorentina, ad esempio, è frutto della sua incoscienza: ha tirato da una mattonella proibitiva ed è riuscito a segnare. Se non ci fosse riuscito tutto lo stadio, noi compresi, l'avrebbe mandato a quel paese. Quando calciavo le punizioni non pensavo mai di non poter segnare: su ogni punizione ero convinti di potercela fare. Parte tutto dalla testa: nel calcio sono importante le gambe, i piedi, le mani, ma la cosa più importante è la testa".

Il giocatore più forte con cui ha giocato?

"Ti posso dire il più forte contro il quale ho giocato: Ronaldo il Fenomeno, il più forte di tutti. Tra quelli con cui ho giocato ti faccio alcuni nomi: Savicevic, Prosinecki, Mancini, Gullit, Veron, Nesta, Aldair, Adriano, Figo, Nedved, posso andare avanti fino a domani. Ce ne sono tantissimi".

Sezione: Bologna / Data: Ven 22 maggio 2020 alle 14:48
Autore: Edoardo Frati / Twitter: @edoardo.frati
Vedi letture
Print